Italian Chinese (Simplified) English French German Japanese Portuguese Spanish

Articoli della redazione

A cura di Dontella Cerulli

 

Storia

È il più grande edificio per spettacoli mai costruito: 600 m di lunghezza per 140 m di larghezza, con una capienza di 350.000 spettatori e forse più (450.000).
Secondo la tradizione il circo venne fondato nel VII secolo a.C. da Anco Marzio, IV Re di Roma, o dal primo Re etrusco, Tarquinio Prisco, V Re di Roma, in questa area pianeggiante, la Valle Murcia, dove si celebravano corse di cavalli e di asini in onore del misterioso dio Consus già in epoca arcaica. Infatti, tutta l’area pianeggiante lungo questa riva del Tevere era abitata ancor prima della Fondazione.
Per secoli fu chiamato semplicemente Circus perché era l’unico, poi quando ne vennero edificati altri (Flaminio, Nerone, Massenzio...) fu detto “Massimo” non solo perché era il più grande, ma anche perché vi si celebravano i giochi più solenni, i Ludi Romani o Magni in onore di Giove.
Il nome “Circo” deriva dalla sua pianta pressoché ellittica (da una rad. sscr. “curvità”), ma una tradizione lo faceva derivare dalla Maga Circe che per prima avrebbe celebrato i Ludi in onore del padre Sole.
Il primo circo era in legno, con palchi destinati ai senatori e ai patrizi, mentre la plebe si affollava lungo i fianchi delle colline che delimitavano la valle. Rimase così per secoli fino al IV sec. a.C. quando furono costruite sul lato corto settentrionale le prime strutture in muratura, i carceres, ovvero le gabbie di partenza dei carri, e la spina, il lungo basamento  al centro del circo.  L’assetto definitivo del circo si ebbe nel 46 a.C., per intervento di Cesare che costruì le prime gradinate in muratura. Augusto fece costruire, dalla parte del Palatino, il cosiddetto pulvinare, un podio monumentale, dove erano collocate le immagini degli Dei che presiedevano allo spettacolo, che fungeva anche da palco imperiale. Augusto, inoltre, fece innalzare sulla spina l’obelisco di Ramsete II proveniente dalla città egiziana di Heliopolis (oggi in Piazza del Popolo). Altri interventi e restauri avvennero con Tiberio e Claudio, ma il Circo andò quasi completamente distrutto dall’incendio del 64 d.C. (“incendio di Nerone”) che ebbe origine proprio negli ambienti del Circo.
Il Circo venne poi parzialmente ricostruito da Nerone e dai Flavi, tanto che nell’81 d.C. fu arricchito di un arco dedicato a Tito, posizionato nel lato corto meridionale. Nuovamente bruciato sotto Domiziano, fu completamente ricostruito da Traiano al principio del II secolo d.C. Fu poi ancora ampliato da Caracalla e poi restaurato da Costantino. Costanzo II (figlio di Costantino), nel 357 vi fece innalzare l’obelisco di Thutmosis III, il più alto di tutti quelli esistenti (alto ben 32,5 metri), proveniente da Tebe (oggi in piazza di San Giovanni in Laterano). Il circo rimase in funzione fino al VI secolo quando furono svolte le ultime gare organizzate da Totila, re dei Goti, durante l’assedio del 549. Nel Medioevo il circo cadde in disuso e iniziò un lento e progressivo disfacimento dovuto alle asportazioni di marmi e pietre e a un progressivo interramento, così come tutta la zona circostante che fu adibita a uso agricolo, tranne il lato sudest, dove si insediarono complessi e edifici fortificati.
Un uso singolare fu riservato alla pendice dell’Aventino: dal ‘500 in poi fu utilizzato come il cimitero degli ebrei che rimase attivo fino al 1894, quando fu aperto il nuovo Cimitero Israelitico al Verano; da quel momento in poi vi furono solo tumulazioni nelle tombe di famiglia già esistenti. Nel 1934 il cimitero fu definitivamente e velocemente smantellato per la costruzione di via del Circo Massimo. Si salvarono solo i cipressi che furono trapiantati nel nuovo piazzale Romolo e Remo. Una nuova fase si ebbe all’inizio dell’800: fu istallato il gazometro verso S. Maria in Cosmedin e, poco per volta, vi si stabilirono magazzini, manifatture, imprese artigianali, abitazioni.
Durante i lavori per la costruzione della nuova strada, la valle del Circo Massimo venne liberata di tutti i capannoni e gli edifici industriali diventando il grande prato che vediamo tuttora, mentre la Torre dei Frangipane fu isolata e restaurata.
Oggi il Circo Massimo gode di una rinnovata popolarità grazie allo svolgimento di grandi manifestazioni, soprattutto concerti e spettacoli, continuando così una tradizione che va avanti da quasi ben tremila anni.

circo-massimo2

 

La facciata esterna era a 3 ordini, di cui solo quello inferiore era ad arcate. Le gradinate poggiavano su strutture in muratura che ospitavano i passaggi e le scale per raggiungere i diversi settori e gli ambienti di servizio interni. Sul lato meridionale c’era l’Arco di Tito, mentre su quello settentrionale c’erano i 12 carceres, la struttura di partenza dei carri, dotati di un meccanismo che ne permetteva l’apertura simultanea.
Sopra i carceres c’era una loggia dalla quale il “direttore di gara” gettava la mappa, un drappo bianco, per dare inizio alle gare. Al centro dei carceres si apriva una porta monumentale attraverso la quale entrava la circensis pompa, ovvero un solenne corteo. Ai lati dei carceres si elevavano due torri. Sul lato verso il Palatino c’era il pulvinar. In origine l’arena era circondata dall’euripus, un canale d’acqua poi eliminato per aggiungere altre gradinate. La spina era decorata con statue, edicole, tempietti, due colonne coniche, le metae, e soprattutto 7 uova di pietra e 7 delfini in bronzo inseriti su aste: ad ogni giro dei carri intorno alle metae, un uovo e un delfino venivano eliminati per segnalare agli spettatori i giri che mancavano al termine della corsa che per l’appunto si svolgeva in 7 giri. Circa a metà della cavea, sul lato opposto al palco imperiale, si apriva la Porta Libitinaria, così chiamata dai libitinarii, gli impresari delle pompe funebri, i becchini, perché attraverso questa porta venivano fatti uscire i carri e gli aurighi coinvolti in incidenti durante la corsa.

A cura di Dontella Cerulli

 

«Dal lat. apis, dalla rad. sscr. ap, “congiungere”, “assembrare”, per allusione alla vita comune che tengono tali insetti e alla fabbricazione del miele» (Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana).

Il suo valore simbolico più comune è quello dell’operosità per via della sua capacità di trasformare il polline in miele.

Le api sono spesso raffigurate sulle tombe come segno di sopravvivenza dopo la morte ed infatti questo insetto è uno dei simboli della rinascita perché sembra sparire in inverno per poi ritornare puntualmente in primavera. A tale proposito, secondo Platone le anime degli uomini sobri si reincarnano sotto forma di api.

Questo minuscolo animale è inoltre simbolo del tempo, dell’eloquenza e dell’intelligenza, caratteristiche possedute da Fanete, il dio “rivelatore” che nel Mito orfico della creazione mette in moto l’universo.

Fanete è talvolta descritto come una “ronzante ape celeste”:  l’ape ha le ali, simbolo del tempo (“il tempo vola”...) e nel mondo classico il suono primordiale veniva associato anche al “ronzio degli insetti”, come si evince dalla parola “calendario”, dalla rad. sscr. kal-as, “suono sordo o debole”, “gorgheggio degli uccelli”, “ronzio degli insetti”. Un concetto, questo, confermato dalla tradizione ebraica che accomuna l’ape al linguaggio: il suo nome, dbure, deriva dalla rad. dbr che significa “parola”, donde il rapporto tra l’ape e il verbo.

Ne consegue, dunque, che nel mondo antico l’ape era simbolicamente la messaggera divina e per questo rivestiva un carattere iniziatico e liturgico: il frutto del suo lavoro, il miele, nutriva gli uomini e dissetava gli dèi, tant’è che l’idromele era considerato “la bevanda degli dèi”.

L’ape, peraltro, era una delle manifestazioni divine della Grande Madre (ed ecco spiegato il perché della presenza costante del miele nei riti misterici) ed infatti le sacerdotesse della Dea Madre Demetra si chiamavano “api”, mentre ad Efeso la statua di Diana raffigurava la dea circondata da diversi animali, tra cui le api per esprimere la ricchezza ed il rinnovamento della natura.

L’ape, infine, è simbolo di regalità un po’ ovunque e in tutti i tempi.

Le api svolazzano a piccoli sciami per le vie di Roma grazie soprattutto alla famiglia Barberini sul cui stemma nobiliare compaiono tre api, talvolta abbinate al sole raggiante.

La ricca famiglia di mercanti era originaria di Barberino, in Toscana, ma iniziò la sua scalata sociale a Roma con Francesco da Barberino che, divenuto protonotario apostolico e tesoriere pontificio, agevolò la carriera ecclesiastica di Maffeo, eletto papa con il nome di Urbano VIII (1623-1644). Da quel momento, la famiglia si chiamò con il cognome attuale e si fregiò di uno stemma nobiliare che campeggia ancora oggi su tanti monumenti della Roma barocca.

Le tre api furono scelte, come emblema di operosità, dallo stesso Urbano VIII in sostituzione di altrettanti tafani, antichi simboli araldici della suafamiglia. In origine, infatti, i Barberini si chiamavano Tafani da Barberino.

Urbano VIIIfu un papa mecenate che praticò un nepotismo sfrenato: dispensò, senza ritegno, denaro, proprietà, titoli, cariche ed onori a tutti i suoi parenti le cui api gentilizie invasero Roma e dintorni.

L’opera edilizia di Urbano VIII ebbe in Gian Lorenzo Bernini la sua massima espressione, ma altri celebri artisti, quali Carlo Maderno, Pietro da Cortona e Andrea Sacchi, contribuirono a rendere splendida la Roma del Seicento. Sennonché, mentre la Roma di pietra si arricchiva di magnifiche opere d’arte, la Roma in carne ed ossa, il popolo, si impoveriva per via delle numerose tasse imposte per far fronte alle ingenti spese di costruzione di chiese, palazzi, fontane, colonnati, biblioteche... In occasione dei lavori di ristrutturazione della Fontana di Trevi, fu addirittura emanata una tassa sul vino così commentata da Pasquino:

Poiché Urbano di tasse aggravò il vino,

ricrea con l’acqua il popol di Quirino.

Come se tutto ciò non bastasse, il pontefice si dedicò sistematicamente a depredare Roma di preziosi reperti classici per riutilizzarli talvolta come ornamenti delle nuove costruzioni, più spesso distrutti per ricavarne materiale destinato ai più disparati impieghi. È famoso l’utilizzo delle travi di bronzo dell’atrio del Pantheon per realizzare il baldacchino dell’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro e palle di cannone per la difesa di Castel Sant’Angelo: «Quod non fecerunt Barbari, feceruntBarberini», fu il mordace commento di Pasquino.

Quando Urbano VIII morì, il popolo si diede alla pazza gioia per le vie di Roma e il solito Pasquino coniò per l’occasione un salace epitaffio: «ingrassò l’api e scorticò l’armento». In realtà, la storia ha mostrato che l’armento continuò ad essere scorticato da papi altrettanto avidi e nepotisti.

In quanto alle api, queste continuano a sciamare un po’ ovunque per Roma, talvolta alla luce del sole nella piccola Fontana delle Api del Bernini all’inizio di via Veneto e intorno alla Barcaccia a piazza di Spagna, o alla luce dei ceri nei quattro basamenti in marmo dell’Altaredella Confessionenella Basilica di S. Pietro, intrappolate nel calcare della Fontana delle Rane a piazza Mincio, talvolta all’ombra dei chiaroscuri degli affreschi di Palazzo Barberinio delle code dei delfini della Fontana del Tritone, ovviamente in piazza Barberini...    

 

BESTIARIO ROMANO- L’Agnello

A cura di Dontella Cerulli

 

Agnello, dal lat. agnellus, diminutivo di agnus, “pecora”, dal sscr. avis. Molte le ipotesi etimologiche del termine agnus: dal gr. a, negativo, e gónos, “generazione”, ovvero “che non ha ancora generato”; dal gr. agnòs, “puro”, “casto”, “senza vizio”; dal gr. a, negativo, e ménos, “ira”, dunque “senza ira”, “mansueto”.

Come risulta evidente dalle varie attribuzioni etimologiche, l’Agnello è simbolo di purezza, innocenza, semplicità, mansuetudine, dolcezza, candore: è, dunque, l’animale sacrificale per eccellenza in una tradizione costante nel tempo e quasi universale.
Il candore evoca anche il suo aspetto solare, la luce dell’illuminazione: nel buddhismo tibetano il Dalai Lama benedice con uno scettro sormontato da un agnello d’oro (metallo solare) assiso su un globo altrettanto d’oro.

Per il suo valore sacrificale è immagine del Cristo e, di conseguenza, ha anche una valenza salvifica, come si evidenzia dall’Antico Testamento nell’episodio dell’Esodo in cui si istituisce la Pasqua ebraica: i figli di Israele segnarono le porte delle loro case con il sangue di agnelli sacrificati per permettere all’Angelo Vendicatore di colpire le case degli Egiziani, “saltando oltre”, “passando oltre” quelle degli Ebrei. Il termine Pasqua, infatti, deriva dall’ebraico pesah, una parola che vuol dire “passaggio”, “liberazione”, dall’ebraico pasach, “saltare oltre”. Un concetto, questo, rafforzato dal candore degli agnelli: anche il colore bianco simbolicamente indica un “passaggio”, un cambiamento di condizione.

Per evitare che connessioni simboliche pagane ed eterogenee dell’Agnello potessero far sorgere confusioni ed analogie in merito alla sua associazione con il Cristo, il Concilio di Costantinopoli del 692 con il canone 82 prescrisse che l’arte cristiana rappresentasse il Cristo in croce non più sotto forma di agnello, bensì in forma umana.
Nonostante tale prescrizione, le rappresentazioni dell’Agnus Dei non si contano e sono davvero tanti i luoghi di culto che mostrano splendide rappresentazioni del Cristo-Agnello: nelle catacombe di S. Callisto, dei Ss. Pietro e Marcellino e in quelle di via Labicana, nella basilica sotterranea dei Ss. Nereo e Achilleo, nel mosaico dell’arco trionfale sull’abside della basilica di S. Giovanni in Laterano, in un mosaico moderno sulla facciata della chiesa di Santa Maria Addolorata in piazza Buenos Aires, sul soffitto del mausoleo di Santa Costanza...

Quando l’Agnus Dei è raffigurato con la testa rivolta all’indietro e con una croce o uno stendardo su cui campeggia talvolta una croce, sta ad indicare l’Agnello Trionfante che chiama a sé i fedeli, spesso a loro volta rappresentati da pecore o agnelli: mosaico absidale della basilica di S. Clemente, della chiesa di Santa Prassede, di Santa Cecilia, di S. Marco, di Santa Francesca Romana, di Santa Maria in Trastevere, dei Ss. Cosma e Damiano...

Uno straordinario Agnello seduto e con stendardo è raffigurato in una scultura in stucco sopra l’altare centrale della chiesa di Santa Maria del Priorato all’Aventino.

L’Agnus Dei è associato spesso anche a San Giovanni Battista, come nel bel quadro del Guercino esposto nella Galleria Doria Pamphilj, e a Santa Agnese, martire romana, perché una leggenda narra che la fanciulla apparve ai genitori otto giorni dopo il martirio, accompagnata da due agnellini, simboli delle sue virtù: Umiltà e Purezza. Secondo una pia tradizione, la dodicenne cristiana, per non aver ceduto alle lusinghe di un patrizio pagano, morì sgozzata, proprio come l’animale di cui porta il nome: Agnese, infatti, ha la stessa radice di agna che in latino vuol dire agnellino.
A Roma anche una strada è intitolata a questo animale: via dell’Agnello, una traversa fra via Madonna dei Monti e via Cavour. La via deve il suo nome ad un insegna in terracotta di un’antica locanda rinomata, forse, per le sue succulenti braciolette di agnello...

Curiosità - che fine hanno fatto quei 10 giorni di Ottobre?

A cura di Donatella Cerulli

 

Se sfogliamo il calendario dell’anno di grazia 1582 ci accorgiamo che sorprendentemente nei giorni che vanno dal 5 al 14 ottobre non è accaduto nulla: nessuna nascita o morte, neanche un evento, una festa o una ricorrenza... Praticamente, questi giorni non esistono!

Un errore degli storici? Una strana coincidenza? Un fenomeno paranormale? Niente di tutto ciò, ma solo “un’aggiustatina” al computo del tempo operata da papa Gregorio XIII e dalla sua commissione di esperti per porre rimedio a un’imprecisione del calendario giuliano.

Tutto ha inizio in un tempo lontano, quando, secondo la tradizione, Romolo (VIII secolo a.C.) divise l’anno (di 304 giorni) in dieci mesi dei quali il primo era Marzo (dedicato al dio Marte) e l’ultimo Dicembre (dal lat. december, da decem, “dieci”).I nomi dei mesi corrispondevano a quelli attuali, ad eccezione di Gennaio (dedicato al dio Giano) e di Febbraio (dal lat. februare, “purificare”) che – sempre stando alle leggende – vennero inseriti dal secondo Re di Roma, Numa Pompilio, quando riordinò il calendario portando l’anno a 355 giorni ripartiti in dodici mesi.

La differenza di circa 10 giorni fra l’anno solare e quello lunare a lungo andare creò un enorme distacco tra il ciclo stagionale e quello civile-religioso. Così, nel 46 a.C. Giulio Cesare – con la collaborazione dell’astronomo alessandrino Sosigene – attuò un’ulteriore riforma del calendario che si impose a tutto il mondo romano per l’ordine, la razionalità e l’efficienza che lo contraddistingueva. Cesare, infatti, stabilì innanzitutto che l’anno 708 ab urbe condita (ovvero l’anno 708 dalla fondazione di Roma, corrispondente per l’appunto al 46 a.C.) avesse una durata di 445 giorni; egli stabilì inoltre che tutti gli anni a venire avessero una durata di 365 giorni con l’aggiunta di 1 giorno ogni 4 anni. L’anno di 366 giorni venne detto bisestile perché il giorno aggiuntivo doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo: bis sexto die ante kalendas martias (doppio sesto giorno prima delle calende di marzo).

La riforma calendariale attuata da Cesare divise dunque l’anno in 12 mesi della durata, alternativamente, di 31 e 30 giorni ad eccezione di febbraio che comprendeva 29 giorni o 30 negli anni bisestili.

Dopo la morte di Cesare (44 a.C.) si commise l’errore di far cadere l’anno bisestile ogni 3 anni fino a quando, nell’8 a.C., Ottaviano Augusto impose l’abolizione dei successivi tre anni bisestili riportando l’ordine nel computo del tempo.
Il senato, in onore di Ottaviano, diede il nome di Augustus al mese di Sextilis (Sesto) e lo portò allo stesso numero di giorni di quello di Julius dedicato a Giulio Cesare. Così facendo, fu tolto un giorno a febbraio (che divenne di 28 giorni, 29 negli anni bisestili) per darlo ad agosto e fu cambiato il numero dei giorni degli ultimi quattro mesi per evitare una ripetizione di 3 mesi di 31 giorni. Dunque, una gran confusione che dura ancora ai nostri tempi, tanto che per ricordare rapidamente quanti giorni ha un mese siamo costretti a recitare la nota filastrocca: 30 giorni a novembre con april, giugno e settembre, di 28 c’è n’è uno, tutti gli altri ne han 31…

I primi cristiani, poi, iniziarono a far decorrere il computo del tempo dall’anno di nascita di Gesù che il monaco Dionigi il Piccolo fissò all’anno 754 dalla fondazione di Roma. Approfondimenti evangelici effettuati in seguito portarono però a ritenere che l’anno di nascita di Gesù fosse il 747 dalla fondazione di Roma, dunque il 7 a.C. o il 4 oppure, ancora, il 5 avanti Cristo… Insomma, in che anno siamo? E chi lo sa, visto che recentemente alcuni studiosi hanno rivalutato i calcoli di Dionigi…

Comunque sia, il Calendario Giuliano è quello ancora in uso ai nostri giorni, considerato che il calendario ulteriormente riformato da papa Gregorio XIII nel 1582, e dal quale prende nome il Calendario Gregoriano, è grosso modo solo di un giorno ogni cento anni. Ma… anche in questo caso c’è un “ma”: in tale occasione l’orologio venne spostato in avanti di ben 10 giorni e dal 4 ottobre si passò direttamente al 15 ottobre; inoltre, per evitare interruzioni nella settimana, si convenne che il 15 ottobre fosse un venerdì, dal momento che il giorno precedente, il 4, era stato un giovedì. Ecco spiegato perché la tradizione popolare continua ad attribuire al 13 dicembre, festa di Santa Lucia, “il giorno più corto che ci sia”.

Tirando le somme, dunque, non sappiamo né in quale anno viviamo né, tanto meno, in quale giorno!